èáíÜóçò ôñéáñßäçò * ÔÝóóåñéò éóôïñßåò äáêñýùí  

 

 

 

thanassis triaridis

 

 

 

il dolce

pugnale

di Pietro Bole

 

 

 

 

A Dimitris Papadoulis

 

 

 

 

Tra folte schiere di ubriaconi, di scienziati pazzi, di collezionisti maniacali, di cacciatori mercenari, tra gli usciti fuori di senno che hanno visto Dio coi propri occhi, tra coloro che con ogni mezzo possibile e immaginabile cercano sottobicchieri di madreperla, corone di alloro, frammenti del Sacro Legno della Passione, amuleti magici, bracciali d’argento, collane istoriate ed anelli, parole dimenticate, fiori sacri o icone demoniache, libri proibiti, in poche parole tutto ciò che si trovi in qualche modo fra Dio e gli uomini; tra tutti questi dunque ve ne sono alcuni -pochi, a onor del vero-, che non cercano nulla né di lucente né di ricercato. Cercano un semplice pugnale.

 

Si contano sulle dita di una sola mano –a dir tanto-;  con i loro racconti fumosi e contorti disegnano storie d’altri tempi, ma sono pronti a troncare di netto qualsiasi discorso se viene loro chiesto il motivo di tutte le loro ricerche. Devi essere molto furbo o fortunato per scovarli di notte in qualche bettola; in questo caso devi distrarli cominciando a parlare per primo degli argomenti più disparati, fino a che non vedrai nei loro occhi un segno di debolezza e di cedimento. In quella momentanea solitudine, ti diranno una sola, flebile e incomprensibile frase: che Dio ha consegnato il suo pugnale a Pietro Bole, assieme alla sua Freschezza e alla sua Collera.

 

Subito dopo si renderanno conto di aver detto troppo;  si alzeranno dal tavolo e si allontaneranno in fretta, quasi correndo. E tu rimarraii lì, di stucco, perché non hai mai sentito niente sulla terribile storia di Pietro Bole e del suo dolce pugnale...

 

***

 

  Pietro Bole, che in tutta la sua vita percorse la tortuosa strada della purezza, quella stessa strada che ti conduce nello stomaco dell’ Inferno, nacque in un paese dell’ entroterra della Tracia verso la metà diciannovesimo secolo; sin da piccolo fu pastore, così come lo erano stati suo padre e il padre di suo padre; linverno lo trascorrevano nei pascoli a valle, mentre destate salivano per i freschi fianchi della montagna boscosa. Durante le notti d’estate quando  le pecore si addormentavano, Pietro si sdraiava in mezzo ad esse e, nell’infinita tranquillità della notte, guardava l’immensa volta del cielo: era felice.

 

La famiglia di Pietro era legata ad un voto fatto da suo nonno, secondo cui nessun membro della famiglia avrebbe mangiato carne per sette generazioni, perché quando era solo un bambino di dieci anni, durante un tremendo temporale, un fulmine lo trapassò da parte a parte senza che gli accadesse nulla. Allora fece il suo voto a San Giorgio. Così Pietro Bole e tutta la sua famiglia si nutrivano del solo latte...

 

Aveva dodici anni quando venne l’esercito a confiscare i pascoli. Un mese più tardi suo padre gli disse che un generale voleva venti agnelli da fare allo spiedo per una festa dell’esercito. Pietro voleva bene alle sue bestie, parlava con loro, sentiva il mondo attraverso la tranquillità del loro sguardo. Ricordò a suo padre che vivevano grazie al loro latte; ucciderle avrebbe significato ferire la loro stessa carne. Il padre gli rispose che i tempi erano cambiati e che spettava a quel generale decidere dell’utilizzo dei pascoli confiscati... In fin dei conti loro non rompevano il voto fatto; non avrebbero mai assaggiato quella carne; cos’era meglio? Venti pecore sgozzate o tutto il gregge congelato dal freddo dell’inverno?

 

Quella notte Pietro pianse per la prima volta in tutta la sua vita; camminava fra le pecore addormentate sentendo la sua anima squarciarsi in due. Arrivò perfino ad immergere la testa nella vasca dell’acqua nel tentativo disperato di annegarsi; non vi riuscì. Con un forte sentimento di disprezzo verso se stesso, si sedette su una pietra e giurò, quando ormai il sole stava sorgendo, di non piangere mai più.

 

L’unica cosa che chiese a suo padre fu di concedergli che gli agnelli morissero per mano sua; la mattina del giorno seguente si mise in cammino verso quella montagna i cui abitanti si dice abbiano gli occhi azzurri.

 

Attraversò tre valli lunghe e strette, finché, quasi al tramonto, giunse alla vista della valle dove viveva il vecchio Bumin, il famoso fabbro dalle mani magiche, che si diceva potesse modellare il ferro fino a farlo diventare più morbido delle foglie di betulla...

 

Con il vecchio fu schietto e sincero: “Voglio un pugnale che dia la morte alle pecore nel modo più dolce possibile...” gli disse. Il vecchio dagli occhi azzurri tardò un poco a rispondergli: “Non mi hanno mai chiesto niente di simile. Cercherò di fare ciò che mi chiedi, ma non posso prometterti niente”.

 

Subito il vecchio si chiuse nella sua capanna, mentre Pietro era lì fuori, ad aspettare. Poco prima dell’alba la porta  si aprì e ne uscì il vecchio Bumin  tenendo in mano un fagotto di panno nero ripiegato. I suoi occhi azzurri luccicavano nel buio in maniera insolita: “Ecco, prendi il dolce pugnale che mi hai chiesto... Ho da dirti però una cosa: per tutta la notte la bottega era pregna di un forte odore di zolfo; questo vuol dire che il diavolo era al mio fianco quando battevo sull’incudine... Stai attento che la lama non si bagni di vino rosso, perché l’acciaio che ho usato si ossiderebbe e darebbe la morte fra dolori e spasimi atroci...”.

 

Sette ore più tardi Pietro Bole stava già dando la morte alle sue pecore col dolce pugnale che aveva fatto per lui il famoso fabbro dagli occhi azzurri. Quando svolse il panno e soppesò il pugnale col palmo della mano, lo sentì essere la naturale continuazione del suo braccio, come se gli a fosse appartenuto sin dalla nascita, e sulla lama opaca gli sembrò di vedere una strana ombra.

 

Quando lo infilò nella gola della prima bestia, questa gli rimase in braccio calma e tranquilla, come se la morte fosse stata una mano leggera… Lo stesso successe anche la volta successiva, e poi ancora, per tutti gli agnelli che erano destinati al generale.  Terminato il lavoro, si chiuse in una stalla e vi rimase in  silenzio per molto tempo, mentre suo padre caricava le bestie da portare ai soldati.

 

Quella stessa notte Pietro se ne andò per sempre dal suo paese; non prese nulla con sé, soltanto un mantello nero appartenuto a suo  nonno, al nonno che gli aveva insegnato a mungere le pecore, e ovviamente anche il coltello di Bumin. Camminava senza meta, il giorno seguente arrivò in un grande villaggio, dove gli uomini lo guardavano con uno strano sospetto. Il ragazzo bevve un po’ d’acqua dal pozzo e poi chiese ai contadini sorpresi: “ Se avete degli animali da sgozzare, lasciate che sia io a farlo…”. E quando gli chiesero perché voleva essere lui a fare quel lavoro, egli rispose che aveva il dolce pugnale, e gli sguardi delle bestie non si sarebbero adombrati col velo nero della morte, ma avrebbero sentito solamente una leggera brezza.

 

***

 

Con questo coltello alla cintola Pietro Bole cominciò il suo lungo errare; dapprima in Tracia, poi in Macedonia, offrendo alle bestie la dolce lama del suo pugnale. Com’è ovvio, i contadini lo prendevano per matto e alcuni  chi per pietà e chi per paura, spaventato da quel ragazzo tranquillo che parlava della morte con tanta naturalezza-, gli indicavano quali pecore sgozzare e lo lasciavano fare. A quanti gli offrivano un compenso (anche qui per pietà), il ragazzo rifiutava; ciò che accettava era un pezzo di pane secco che infilava nelle tasche del suo largo mantello prima di riprendere il cammino.

 

Il tempo passava, le stagioni si succedevano l’una all’altra e Pietro cresceva come uno spettro braccato che si aggirava per i villaggi elargendo alle bestie una morte dolce. Oltre alle pecore e ai maiali, spesso gli veniva chiesto di dare la morte anche ad altri animali: cani rabbiosi, cavalli feriti o vecchi, muli malati e buoi. I capelli gli crebbero fino alla vita, il viso divenne scuro per la peluria dell’adolescenza; il mantello era diventato ormai un panno rattoppato e maleodorante. Andando di provincia in provincia imparò anche altri dialetti: aveva la capacità di comprendere in pochi giorni una lingua straniera.

 

Erano passati circa cinque anni da quando se n’era andato dal suo villaggio, quando si ritrovò sul Verde Altopiano, a nord della Macedonia. In un villaggio fluviale, dove nessuno aveva animali da far sgozzare, un vecchio si avvicinò a Pietro proprio quando si accingeva a ripartire, chiedendogli un favore: la sua vecchia moglie stava morendo di una terribile malattia; era costretta a letto ed il suo corpo era coperto di piaghe dalle quali si vedeva la viva carne. Se lui le avesse concesso la tranquillità nella morte con il suo pugnale, il vecchio gli avrebbe dato qualsiasi cosa, aveva cavalli e oro.

 

Pietro lo seguì silenzioso; una volta arrivati chiese al vecchio di rimanere fuori della camera. Pietro entrò dentro. La donna aveva il respiro corto e soffocato.

 

Pietro si sedette accanto a lei, tirò fuori il pugnale e le carezzò velocemente la gola; quel respiro soffocato si interruppe. Il vecchio gli aveva preparato un sacchetto di monete d’oro, ma Pietro non accettò. Allora il vecchio gli fece sellare un cavallo e glielo diede dicendo: “perché tu possa arrivare prima alla tua meta”.

 

***

 

Così nacque la leggenda di Pietro Bole, che col suo dolce pugnale dava la morte oltre che agli animali, anche agli uomini. Non chiese mai un compenso o qualcosa in cambio, e di quanto gli davano teneva solamente quanto era necessario al cavallo, mentre il resto lo divideva fra gli accattoni e gli ubriachi delle bettole. Non mangiò mai carne, né mai bevve vino, né mai si avvicinò ad una donna per desiderio; solamente di notte si distraeva, guardando la nera volta del cielo…

 

Ma gli anni passavano ed il vagabondaggio di Pietro continuava senza sosta: dal Verde Altipiano andò in Bosnia, in Dalmazia, in Lombardia, nel Mare Azzurro, nella Valle dei Fiumi, nel Terra  dei Baschi, in Castiglia, in Portogallo. Da adolescente divenne uomo fatto, la sua barba cominciò ad ingrigirsi; soltanto la sua fronte -cosa strana- non fu mai solcata da alcuna ruga. E’ facile capire che neppure mille pagine basterebbero a contenere le storie di tutti coloro che cercarono la dolce morte trovandola nella lama del pugnale di Pietro Bole durante tutti quegli anni. Erano sia uomini che donne, sia ricchi che poveri, sia liberi che schiavi, sia principi che accattoni, lebbrosi, zoppi, ciechi, malandati dalle fatiche e dalle guerre, malati della fame per la pace, sifilitici, tubercolotici, melanconici, folli e disperati; e lui non si negò a nessuno. Il suo nome divenne presto un mito in tutta Europa, da una parte all’altra. Ovunque andasse era seguito da uno strano e colorato nugolo di mendicanti, vagabondi, indovine, musici erranti, credenti, matti e diseredati; i preti lo maledicevano e lo coprivano di anatemi, i soldati lo tenevano d’occhio senza avere mai il coraggio di arrestarlo, i poeti romantici componevano odi per il suo dolce pugnale, gli scrittori mistici lo ricercarono nei loro antichi testi, mentre invece i matti che gli erano al seguito, andavano nelle bettole e nelle feste di paese annunciando che il coltello di Pietro Bole era la carezza dell’arcangelo, lo strumento nelle mani di Dio per dimostrare il suo amore verso gli uomini.

 

Riporto qui alcuni eventi soltanto, così come sono stati tramandati da racconti sommari ed anche un pò paradossali, che una volta erano notissimi ma che sono ormai scivolati nell’oblio: una soprano decaduta che chiese a Pietro Bole di incontrare la morte mentre cantava l’aria “Addio del Passato”, dalla Traviata; il coltello la sfiorò nell’attimo dell’acuto. Un vecchio feudatario dalla barba rossa, noto per la sua dissolutezza, che desiderava morire nell’attimo dell’amplesso con una prostituta. Una donna malata di colera che chiese a Pietro Bole di darle la morte: quando Pietro le sfiorò il collo lei si alzò in piedi scomparendo in una nuvola di aria gelida. Un violinista zingaro abbandonato dalla sua donna che chiese a Pietro di squarciare il suo violino prima di finire anche lui. Un chimico armeno a Marsiglia che credeva che fosse prossima la fine del mondo a causa di una pietra rossa e calda che egli stesso aveva creato: egli dunque, dopo aver radunato sua moglie ed i suoi sette figli, pregò con loro e poi chiese a Pietro Bole di dare la morte a tutti escluso lui, a cui spettava, come egli stesso ebbe a dire, una morte terribile e piena di sofferenze; quando Pietro se ne fu andato, lui si piazzò davanti al suo Specchio Concavo, lo frantumò col suo anello ed andò in pezzi assieme ad esso. E ancora: un principe incestuoso che desiderava morire assieme alla sua sorella incinta, con le labbra unite e con un solo fendente, non potendo sopportare lo scandalo che sarebbe seguito alla notizia del loro amore proibito. Una donna di un piccolo villaggio sugli scogli che guardano l’Atlantico, che gli chiese di coglierle un fiore sul bordo del precipizio dove diceva dimorasse la sua anima.

 

***

 

Una volta, quando ormai il suo vagabondare lo aveva portato al confine in cui l’Europa quasi si tocca con l’Africa, una solenne delegazione lo raggiunse nella locanda dove avrebbe passato la notte, e attorno alla quale si erano accampati anche i diseredati che lo seguivano. Il capo di questa ambasceria, un generale dall’armatura finemente lavorata chiese udienza a Pietro e con fare solenne gli annunciò il desiderio del re del Grande Lago di riceverlo nel suo paese; il suo compenso l’avrebbe deciso lui stesso, in oro. Pietro domandò: “Sa il tuo re che io vado solamente da coloro che cercano la morte?”, il generale lo rassicurò: il re sapeva. Allora Pietro disse: “Verrò a tutti coloro che chiederanno di me...”. Al porto li attendeva la nave; assieme a lui si imbarcarono anche tutti quei diseredati che gli stavano sempre appresso, avendo Pietro chiesto che non venissero ostacolati quanti volevano seguirlo.

 

Viaggiarono per molti giorni; quando giunsero nella capitale del Grande Lago, una città con torri altissime e cielo grigio, bagnata contemporaneamente sia dal mare che dal lago, il re Geronimo lo accolse con tutti gli onori, come se ricevesse un suo pari, e lo invitò nel suo palazzo. Il giorno seguente lo ricevette nella Sala dei Consigli di Stato, dove chiese che fosse lasciato solo con lui e le sue sei figlie, che rappresentavano anche l’Alto Consiglio che governava il Paese: Caterina, Maria, Luisa, Beatrice, Anna e Costanza. Erano tutte famose per la loro bellezza, e soprattutto le cinque maggiori per la loro intelligenza e la loro capacità nella diplomazia e nel governo del Paese. Solamente la più piccola, Costanza sembrava prigioniera di una velenosa malinconia: durante la sua vita non aveva mai proferito parola, soltanto teneva gli occhi fissi nel vuoto con uno sguardo buio e lontano.

 

Il re Geronimo parlò a Pietro senza mezzi termini: “Ho sentito parlare molto di te, Pietro Bole e ti ho chiamato qui, nel mio paese, dopo una riflessione lunga e sofferta. Nel Grande Lago in questi ultimi anni sono andati aumentando in maniera vertiginosa i disperati ed i diseredati, quelli ai quali la vita non concede nessuna possibilità, quelli che si spengono lentamente ed in silenzio nella fame, nell’indigenza e nella miseria. Nessuno può offrirgli il sogno per un domani migliore, né scacciare, anche se per poco, il dolore e la disperazione dalle loro anime. Credo che sia mio dovere dare loro l’unica possibilità di essere felici che resta loro: la morte concessa dalla lama del tuo dolce pugnale. Se accetti la mia proposta, già domani ti nominerò primo notabile del mio Paese, ti darò tutte le ricchezze che desideri, e ordinerò che gli araldi annuncino il tuo arrivo in tutte le città e in tutti i villaggi del Grande Lago, così da permettere a tutti i diseredati e gli emarginati che lo chiederanno, di morire sentendo sulla loro gola la carezza dell’arcangelo”.

 

Pietro rimase pensoso piuttosto a lungo. La sua mente era capace di contenere soltanto la purezza: gli occhi delle pecore e quelli degli uomini, il dolce pugnale che trasmetteva la sua freschezza nell’attimo preciso della morte. I lunghi anni di quel girovagare lo avevano reso diffidente nei confronti dei re, ma Geronimo non gli chiedeva altro se non di fare ciò che aveva sempre fatto… Ad un certo punto il suo sguardo si fissò su Costanza, la bellissima figlia muta del re; nei  suoi occhi cupi gli sembrò di ravvisare una momentanea scintilla che lo elettrizzò. “Accetto la tua proposta”, rispose, “e non voglio né titoli né ricchezze. Soltanto ti chiedo che ogni volta che la luna si perde nelle tenebre tu mi permetta di fare una passeggiata notturna con la più giovane delle tue figlie, nel giardino del tuo palazzo”.

 

E così avvenne; il re Geronimo accettò i termini di Pietro senza obiezioni. Già dal giorno successivo gli araldi cominciarono a disperdersi per tutto il regno del Grande Lago annunciando per città e villaggi l’arrivo della carezza dell’arcangelo; poi cominciarono a stilare le lunghissime liste con i nomi di quanti desideravano trovare la morte con il dolce pugnale di Pietro Bole. E quando egli cominciò a visitare i primi villaggi per compiere il suo terribile compito, il numero di coloro che venivano a chiedere la morte con la lieve carezza del dolce pugnale erano il triplo di quanti erano scritti nelle liste, e così finivano per fare la fila accanto alle carrozze che trasportavano lui e il suo insolito seguito. Vi furono alcune volte in cui Pietro dava la morte senza sosta per tre giorni consecutivi, senza mai fermarsi, mentre poco più in là i soldati scavavano enormi fosse comuni per seppellire i cadaveri, ed i preti facevano funerali collettivi. Così il Grande Lago viveva l’isteria selvaggia della dolce morte che Pietro Bole concedeva;  in qualsiasi città o villaggio arrivasse, lo trovava decorato a festa, con bandiere, stendardi  e ghirlande, come fosse la festa del santo patrono; le strade che sarebbero state attraversate da quello strano corteo erano state coperte da un drappo nero, la gente si affacciava al balcone inneggiando e gettando fiori. Tanto che nella maggior parte dei villaggi della Terra degli Stagni, che era la provincia più povera e sottosviluppata dell’intero regno, fu tutta la popolazione a chiedere di ricevere la morte. E tutto ciò senza lamento alcuno, ma al contrario, con canzoni, danze e risa; una folle sagra con cui festeggiavano l’illogica fine della loro misera esistenza.

 

Ogni quattro settimane Pietro ritornava alla capitale, nel palazzo del re, qualunque fosse il luogo in cui  si trovava in quel momento: erano quelle notti in cui la luna si perdeva e durante le quali faceva la sua passeggiata con Costanza nei giardini del palazzo. Camminavano soli, lui e la giovane, nel giardino labirintico, giungendo sempre ad un tempietto situato su un’altura, dove soffiava il vento. Non si scambiavano neppure una parola;  Costanza non aveva mai parlato e Pietro parlava solamente per dare la morte con il suo dolce pugnale. Così rimanevano seduti davanti al tempietto per tutta la buia notte in silenzio, senza parlare, senza toccarsi o senza guardarsi; l’unica cosa che si sentiva era il vento. In un dato momento Costanza si scioglieva sempre i capelli e questi, mossi dal vento, sfioravano la guancia di Pietro. Tornavano nelle loro stanze prima dell’alba; la mattina seguente Pietro ripartiva per distribuire la richiestissima morte ai diseredati del Grande Lago.

 

Al loro tredicesimo incontro, quando volgeva il primo anno della permanenza di Pietro al Grande Lago, e quando ormai aveva girato in lungo e in largo quasi  tutto il paese, egli sentì, mentre stavano seduti da soli al tempietto del vento, che una mano toccava la sua. All’inizio gli sembrò un’impressione, ma la mano di Costanza insisteva, finché non gli prese il palmo stringendolo con tutta la sua forza. Subito dopo, e prima che Pietro potesse reagire, la ragazza si alzò e scappò via correndo. Pietro rimase al tempietto ancora per un pezzo, e per la prima volta nella sua vita si domandò se ciò che stava sentendo era il brivido dell’amore.

 

Tornò nelle sue stanze (Geronimo gli aveva concesso la migliore foresteria del palazzo) poco prima dell’alba con la sensazione di un turbamento ignoto. Si rovesciò sul letto senza neanche accendere la candela, e sentì fra le pieghe delle lenzuola un foglio piegato. Era una lettera senza firma, scritta con una grafia strana:

 

“Pietro Bole, questa lettera te la scrive qualcuno che non crede che tu meriti di diventare lo strumento di esseri satanici, come il re e le sue figlie. Perché, qualunque sia il motivo da lui addotto, l’unico scopo del re è quello di liberarsi dei poveri e dei diseredati, e in questo ha trovato il sempliciotto che lo avrebbe aiutato. In quanto poi ai discorsi riguardo al debito che ha nei confronti dei disgraziati del suo paese e che può sciogliere offrendo loro la carezza dell’arcangelo, sono tutte parole vuote; il suo unico interesse è quello di eliminare tutti quelli che, spegnendosi lentamente nell’indigenza, non avrebbero tardato a rivoltarglisi contro. Tu eri o strumento migliore. E sappi che anche Costanza fa parte del piano, quella che ti fa la malinconica con la testa fra le nuvole. Basta che tu ti nasconda di notte nella Sala dei Consigli, quando quelli penseranno che tu sia già lontano, così sentirai cosa dicono di te Geronimo e le sue figlie”.

 

Il mattino seguente Pietro partì con il suo seguito (i soldati e gli accattoni) alla volta della Città dei Cigni, nelle Province Orientali, che distava dalla capitale ben cinque giorni di viaggio, sempre per distribuire la sua carezza mortale.  Durante la prima notte scese di nascosto dalla sua carrozza e tornò nella capitale. I soldati della sua scorta non si accorsero della fuga perché Pietro non usciva mai né desiderava essere disturbato durante il viaggio; così la sua carrozza proseguiva vuota ed accompagnata dalla scorta al completo, verso la Città dei Cigni. Pietro invece rientrò a palazzo poco dopo il tramonto ed eludendo la sorveglianza riuscì a scivolare dentro la Sala dei Consigli. Una volta lì si nascose dietro le pesanti tende ed attese. Un’ora dopo entrarono Geronimo e le sue figlie; Costanza era con loro.

 

Una volta seduto, Geronimo chiese un bicchiere di vino; Caterina, la sua figlia maggiore glielo versò e palesemente soddisfatta disse: “Mio re, bevi alla salute di Pietro Bole… Sono appena giunti i messaggeri ad annunciare che egli prosegue il suo viaggio senza ostacolo alcuno. Dopodomani avremo finito anche con la Città dei Cigni e ci resteranno solamente i villaggi delle Province Settentrionali; con i ritmi con cui sgozza al più tardi fra due mesi avrà ripulito il nostro paese da tutti quelli che, sbattendoci in faccia la loro miseria, minano la nostra stabilità ed il nostro benessere…”. Fece una pausa per versarsi del vino anche per sé ed allora sua sorella Luisa si intromise: “Mio re, care e amate sorelle, siete voi certi che tutti questi disperati, questi esseri abbietti che vanno con gioia selvaggia a farsi scannare dal suo pugnale non ci saranno un giorno necessari? Chi manderemo al macello il giorno in cui ci sarà una guerra?”. Geronimo le rispose con tono fermo e sicuro: “La tua riflessione non è del tutto illogica, figlia mia, ma dimentichi che i tempi sono cambiati. Una volta questi disperati ci erano necessari affinché spendessero il loro sangue nelle guerre, affinché fossero incondizionatamente schiavi in tempo di pace lavorando la terra, arandola, seminandola e raccogliendone i frutti, tirando fuori pietra e ferro dalle sue viscere.

 

Ora abbiamo macchine sia per la guerra che per il tempo di pace, abbiamo ancora macchine con le  quali si costruiscono altre macchine e fra pochi anni avremo macchine che impartiranno ordini ad altre macchine. Al giorno d’oggi, l’unica cosa che fanno i diseredati è chiedere pane, i miserabili e gli  storpi è rabbuiarci l’anima nutrendo il nostro senso di colpa, gli ammalati è riempire gli ospedali fino a creparci dentro. Fino ad ora tutti questi sono stati solamente degli esseri repellenti, ma un domani potrebbero diventare pericolosi per la loro disperazione: potrebbero venire a reclamare il nostro pane, o ad infettarci con le loro malattie, con la loro povertà e la loro mostruosità. Se è la stessa vita a non accettarli, che cosa ci stanno a fare dunque in mezzo a noi? Mi pesa anche lo sforzo che facciamo per seppellirli, ma devo dire che mi tranquillizzo all’idea che la carne umana è un buon fertilizzante”. Queste parole disse Geronimo e si udirono sonore le risa del re e delle su figlie.

 

“Mio re, e se tu non avessi incontrato Pietro Bole, che cosa avresti fatto?”, chiese Beatrice appena le risate si furono placate. Il re bevve un altro sorso del suo vino: “E’ la pura verità, mi trovavo quasi in un vicolo cieco, ero arrivato al punto di dover contrattare una guerra con i paesi confinanti, solo per liberarci di loro, ma per la guerra si sarebbero dovuti aprire i forzieri del palazzo. Poi pensai di diffondere una malattia capace di levarceli di torno, ma i medici di corte mi hanno sconsigliato per il pericolo di diffusione dell’epidemia. Né potevo imbarcarli su delle navi per poi farle affondare in mare aperto con la scusa di portarli in qualche terra da colonizzare: dove avrei trovato tutte quelle navi? Quando dunque ero ormai deluso e senza più speranze, sentii di questo Pietro Bole e della dolce morte che elargisce per pietà a tutti i sofferenti. Come vedete è stato semplicissimo per me fare la parte del filantropo, convincendolo a sgozzare i disperati del Grande Lago, per il loro bene… E questa si è rivelata la soluzione migliore; lui ce li leverà di torno senza che loro reagiscano o provochino sommosse. Anzi! Mi giungono notizie che morendo glorificano il mio nome per aver portato loro la carezza dell’arcangelo…”.

 

Di nuovo un’esplosione di risa per le battute di Geronimo. Poi fu il turno di Anna per chiedere: “E quando terminerà con le Province Settentrionali, cosa ne sarà di lui, mio re? Perché tutte le volte che lo vedo mi si stringe lo stomaco..”. Il padre ribatté: “Gli concederò la mano di Costanza e lo terrò con noi. E’ per questo peraltro che vostra sorella esce a farsi quelle lunghe passeggiate assieme a lui. A quanto pare se ne è proprio innamorato. E’ pur vero che la sua figura è assai inquietante, ma visti i tempi che ci aspettano, anche se riusciremo a salvarci dai miserabili che abbiamo sinora avuto attorno, nasceranno sempre altri disperati e sempre avremo bisogno di qualcuno che ci liberi di loro. E chi lo sa, può essere che sposandosi con Costanza faccia un figlio con la mano leggera come la sua…” . E di nuovo risero per la battuta del re, ma questa volta una risata stridula di strega si udì più di tutte; era Costanza che rideva.

 

Pietro attese dietro alle tende fino a che il re e le sue sei figlie non si furono ritirate nelle proprie stanze; quindi, barcollando dal turbamento della sua mente andò a pensare nella sua camera; sul suo letto si trovava un mazzo di sette chiavi ed una lettera con la stessa grafia strana: Non sono degni del tuo dolce pugnale.

 

Allora Pietro prese con decisione il mazzo con le sette chiavi e si diresse verso le cucine di palazzo. Lì trovò una giara con del vino rosso, tirò il pugnale fuori dal mantello, ve lo immerse e ve lo tenne per un’ora; si ricordava le parole del vecchio Bumin; l’acciaio del pugnale si sarebbe ossidato a contatto col vino rosso, dando la morte fra lamenti e spasimi terribili. Ad un certo punto guardò la lama scura del pugnale,  e come allora vi vide come un’ombra.

 

Con passo deciso si avviò verso la camera del re Geronimo; aprì la serratura con la prima chiave del mazzo. Il re dormiva; Pietro Bole si chinò su di lui e con un solo movimento gli tagliò la gola. Il tremendo grido di dolore che seguì era ormai per lui qualcosa di infinitamente lontano ed indifferente. Poi andò nelle stanze di Caterina, Maria, Luisa, Beatrice, Anna e di Costanza, sgozzandole tutte allo stesso modo. Soltanto mentre usciva dalla camera di Costanza vide sullo specchio di lei una lettera scritta con la stessa strana grafia: “Se non fossimo nati per sgozzare, forse avremmo avuto tempo per l’amore...”.

 

***

 

La mattina seguente i soldati del re arrestarono il terribile assassino Pietro Bole su al tempietto dei venti, nel giardino del palazzo. Per quanto cercassero non gli fu però possibile  trovare il coltello, né nel palazzo né nel giardino. La morte di Pietro Bole fu invece paradigmatica: per nove giorni fu tenuto appeso ad una catena nella piazza principale della capitale; la terza notte venne ad accamparsi là sotto tutta la schiera di pazzi e mendicanti che lo avevano seguito nel suo vagabondaggio e che adesso pregavano per la sua anima. Prima dell’alba, soldati armati di tutto punto fecero irruzione nell’accampamento uccidendoli tutti. Il nono giorno tutto il popolo della capitale si radunò nella piazza per assistere alla sua esecuzione. Legarono il suo corpo a due ruote che fecero girare lentamente in senso opposto; quando il suo corpo fu teso a sufficienza, incisero la pelle dell’addome con un pugnale. Da quest’incisione il suo corpo cominciò a squarciarsi. Pietro, che ancora non aveva perso i sensi, non fece neanche un grido di dolore. Solamente gli sembrò di vedere Costanza dormire, sfocata ed opalescente, fra le sue pecore; poi tutto attorno si fece buio.

 

Quando il suo corpo fu finalmente squarciato in due, il popolo inneggiava.

 

 

[Traduction : Alexis Tzompanakis]

 

 

~

 

 

[1999, Patakis Edizioni 2002, Digma Edizioni 2010.]